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Racconto scritto da Alessandro Rosato pubblicato su Quaerere.

Ho sempre avuto una certa difficoltà a esprimere ciò che desidero. Raul, il mio psicologo, mi diceva sempre – Carla, prova a dire “voglio” anziché “vorrei” – anche se non sapevo ancora per cosa valesse la pena dire “voglio” o “vorrei”.

Il mio corpo ha sempre risposto al posto mio: ho mal di pancia quando sono in cattiva compagnia e mal di schiena quando faccio qualcosa che non mi va di fare, e così via. Anche se a volte questi dolori ingannano e non si presentano. Come quella sera, con Paolo.

Prima di conoscerlo e andare ad abitare insieme, avevo vissuto quattro anni a Barcellona con il mio ultimo amore Hector. In realtà è stato con lui che ho capito di non essermi mai innamorata fino ad allora. In un attimo “ultimo” si era trasformato così in “primo” amore, in un modo semplice e traumatico come solo la vita sa fare. Un’estate affittammo una villa in campagna, per tre mesi, a Ibiza. Era bianca come un trullo, la campagna che circondava casa era colorata di arancio e la vegetazione sotto i piedi scricchiolava come bucce di arachide. Il sole, invadeva casa come sanno fare gli odori, e si specchiava sulle pareti bianche nel suo gioco d’arroganza. Fu un’estate senza mal di pancia, in cui con facilità riuscivo a pensare con positività al futuro.
Riemergono i ricordi. Al mare nella caletta sotto casa scalzi. Al supermercato con il carrello pieno di alimenti freschi. Cucinare sentendo la consistenza della verdura cruda. “Ricominciare dalle basi”, ricordo queste parole.
Alcune sere con il motorino, mangiavamo al ristorante come una coppia qualunque e poi ci perdevamo in qualunque festa all’aperto: non dovevamo sentirci parte di nulla, perché eravamo già un’entità autosufficiente.

Tornavamo a casa quando la luna era ancora alta e godevamo di quel tempo indefinito, della notte prima dell’alba.

Secondo me, molte storie d’amore nascono al buio della notte perché la notte riconosce momenti che il giorno non potrebbe riconoscere mai.

Hector andava a coricarsi e mi aspettava in camera, io passavo per il disimpegno e mi osservavo il viso allo specchio. Mi struccavo veloce per paura che si addormentasse. Entrando in bagno premevo da fuori il pulsante per la luce, che per errore si trovava in posizione centrale e non sulla sinistra. Mi abituai a quell’inversione già dopo la prima notte, così come al rubinetto in cucina con i segni dell’acqua calda e fredda scambiati. Mi piaceva pensare che quegli errori fossero opera di un essere umano magari poco professionale o forse solo sbadato, in ogni caso donavano a quella casa un sentore sincero, come fa l’odore del latte.

Una volta a letto, chiacchieravamo appiccicati e appiccicosi, e dormivamo abbracciati, carichi dei nostri “nonostante”. Abbracciati “nonostante” il caldo, innamorati “nonostante” l’età, insieme “nonostante” la paura.

Sudare insieme mi ha sempre regalato emozioni simili a quelle di un pianto condiviso.

Il sale si mischia e si asciuga sull’altro.

Ricordo il parlare, in quegli attimi prima dell’alba, i nostri discorsi, a cui la notte sembrava quasi disinteressarsi: era così tardi, che sicuramente tutti dormivano, ma anche così presto, che probabilmente nessuno si era ancora svegliato; invece noi eravamo vivi, ed era come se stessimo guadagnando tempo in più rispetto agli altri.

Le chiamavamo le “26 ore”, come diceva anche il tatuaggio sotto il mio seno e dietro la sua spalla. Sussurrare, tra le lenzuola, mi era d’aiuto a esprimermi, a dire cosa mi piacesse, come mi sentissi.

Rispondevo alle sue domande come una bambina, perché quando si sussurra niente può far male.

Era la prima volta che facevo conoscenza di una routine che anziché confondermi mi aiutava a mettermi più a fuoco, e così, il primo che si alzava la mattina preparava un caffè e poi ci facevamo la doccia nudi, all’aperto. Osservavo l’acqua della doccia formare per terra rivoli d’acqua, li seguivo con lo sguardo correre giù sulla pietra colorata per poi espandersi come radici. Al tempo pensavo fosse l’immagine giusta per me e Hector, poi capii che lo era solo per me: le radici viste a testa in giù hanno le sembianze di rami, senza foglie, come le diverse strade che può prendere la vita. Hector forse vedeva proprio questa forma.

Erano passati quattro mesi e quattro giorni da quando io e Paolo ci eravamo trasferiti a Torino. Lui aveva il piano di mettere su famiglia e a me, come pensavo per tante altre faccende, “non sarebbe dispiaciuto”, ma mi metteva agitazione la parola “pianificare”.
Nel suo “pianificare” era come se Paolo volesse congelare con anticipo sensazioni e scelte di vita che non puoi anticipare, devi lasciare scorrere, come rivoli d’acqua, e vedere solo poi, la forma che avranno. Nel bene e nel male.

Quella sera entrai in bagno premendo la luce del disimpegno anziché quella del bagno. L’ordine giusto, non lo avevo ancora imparato.
Quando entri in casa nuova ci sono tante cose che impari. Quelle che ti rendono la vita più semplice: dove si trovano il supermercato o la fermata del bus più vicini, o ancora il bar di fiducia dove prendere il caffè; e poi quelle che ti rendono la vita più facile: dove cade la luce ogni ora, quale lato di casa è il più silenzioso, da quale finestra si vede meglio il tramonto e così via.
Quell’interruttore, tuttavia, io lo continuavo a sbagliare.
Nessuno spazio per i “nonostante”. Noi non ne avevamo.
Ogni volta che entravo in bagno erano tre i miei tocchi sugli interruttori. Acceso-spento, e poi acceso finalmente, quello corretto.

«Ma quando impari le luci?» mi gridò quella sera Paolo dal salone.

E quando le imparo? Pensavo.

Spensi la luce del bagno e rimasi al buio, cercando di sentire se il corpo mi facesse male da qualche parte. Niente, non mi dava segnali. Decisi comunque di lasciare casa, quella sera, e anche Paolo, quella notte.

Oggi, non ho ancora imparato a dire “vorrei” e neanche a dire “voglio”, ma quella sera compresi che le luci, o le impari subito, altrimenti vuol dire che quando le impari è già troppo tardi per poterci vedere davvero qualcosa.

Dedicato a tutti quelli che non hanno ancora imparato le luci.
E a quelli che hanno imparato ad amare, anche a luci spente.